Progetto lettura: il filo di Arianna

Nel mio paese, l’Egitto, c’è la guerra praticamente da sempre.

Da quando sono nato non ricordo altro. Siamo sempre stati costretti a chiuderci in casa ed è sempre stato praticamente impossibile guardare le stelle di sera. Eppure quanto mi piacciono le stelle!

La mia famiglia di origine è stata distrutta dalla guerra. A nove anni mi misero in mano un mitra e mi dissero di sparare chiunque avessi visto in giro; mi avrebbero pagato bene, ma io non riuscii a premere il grilletto e allora se la presero con mio padre. Lo obbligarono ad entrare a far parte delle loro milizie e pretesero che anche i miei due fratelli grandi lo seguissero.

Mio padre e i miei due fratelli sono morti in quell’orribile guerra, e mia madre è morta per il forte dolore.

Rimasti soli, io di quattordici anni e mia sorella Karima di dodici, andammo a vivere con i miei nonni. Erano splendidi, ci volevano tanto bene e il loro affetto ci faceva sentire a casa. Ma le difficoltà nella vita di tutti i giorni erano tante: non avevamo né cibo, né medicine a sufficienza, la mia scuola era stata distrutta da una bomba ed eravamo costretti ad andare due volte alla settimana in un ex cinema a fare lezione. I miei nonni facevano di tutto per non farci mancare nulla, però non era semplice.

Un giorno mia nonna mi prese da parte e mi diede tutti i soldi dei loro risparmi dicendomi che dovevo andare via insieme a Karima per cercare di trovare un posto migliore in cui vivere.

Mio nonno si era accordato con uno scafista e pochi giorni dopo ci imbarcammo.

Io avevo quindici anni e Karima tredici.

Erano le due di notte, arrivammo al porto e dopo aver dato tanti soldi ad un signore incappucciato e con una sigaretta in bocca, salimmo a bordo. Il viaggio fu orribile.

Non avevamo acqua, né cibo, i signori che gestivano la barca non perdevano occasione per maltrattarci e se la prendevano in particolare con mia sorella, io volevo difenderla però venivo picchiato anche io.

Il viaggio durò due giorni, ma a me sembrò un’eternità.

Quando si cominciò a mormorare che eravamo quasi arrivati, il motore fu spento e quello a cui avevamo dato i soldi insieme agli altri suoi uomini calarono a mare un gommone veloce, ci salirono sopra e partirono a gran velocità.

Noi rimanemmo in mezzo al mare senza sapere cosa fare.

Per fortuna dopo un po’ arrivò un motoscafo con a bordo degli uomini in divisa: era la marina italiana che ci puntava in faccia degli enormi fari e diceva ad alta voce cose che noi non capivamo.

Io e mia sorella ce ne stavamo abbracciati stretti stretti per la paura.

Ci portarono fino a Lampedusa dove finimmo in una casa che chiamano “centro di accoglienza” e ci restammo per alcuni mesi.

Vivendo in quel posto mi veniva da pensare che il viaggio della salvezza per me e per mia sorella si era trasformato in un vero e proprio incubo.

Non avevamo igiene, ci davano da mangiare brodaglie e scarti, ci costringevano a delle docce comunitarie all’aperto.

Al centro di accoglienza conobbi il signore Girardelli, un omone grosso e all’apparenza burbero che, però, con me e mia sorella si dimostrava buono e comprensivo tanto da prenderci sotto la sua ala protettiva.

Qualunque problema avessimo, eravamo sicuri di poter contare su di lui. Era lui che ci portava qualcosa di decente da mangiare ed era lui che ci aiutava per farci fare delle docce calde.

Si occupava della distribuzione dei pasti, sembrava davvero un bravo uomo e un giorno ci propose di fuggire e di andare a Napoli. Ci avrebbe portato lui con la sua macchina e lì avremmo di sicuro trovato un lavoro che ci avrebbe fatto vivere bene.

Così un pomeriggio, dopo aver finito il suo turno, ci fece salire in macchina e cominciammo il nostro viaggio verso Napoli.

Dopo tante ore di viaggio arrivammo, con nostra grande sorpresa, non a Napoli ma in un paese lì vicino di nome Casoria.

L’auto si fermò davanti ad un enorme cancello. Era sera, il signor Girardelli aprì il cancello ed entrammo.

Una volta dentro, ci fece scendere dall’auto, prese tutti i nostri soldi e i nostri documenti e ci disse che da ora in poi avremmo lavorato per lui.

Ci costrinse a lavorare nella sua fabbrica di borse quindici ore al giorno per 5 miseri euro, e dovevamo stare ben attenti a non sbagliare perché per un solo piccolo errore ci bastonava.

Dormivamo in una piccola baracca sempre dentro quel cancello, insieme ad altre persone di altri paesi. E questa fu la nostra vita per circa due anni.

Le stelle da lì, in quelle notti orribili, non si riuscivano a vedere per niente!

Intanto guardavo tutti i movimenti di quel cancello e cercavo un modo per uscire.

Mi resi conto che l’unica soluzione sarebbe stata quella di salire su uno di quei camion che caricavano la merce e la portavano via, parlai del mio piano a mia sorella, lei era d’accordo, desiderava solo andare via da quel posto orrendo.

Una mattina sentii il nostro capo parlare con l’autista che avrebbe dovuto scaricare le borse nel centro della città di Campobasso, e allora quella notte svegliai mia sorella, ci nascondemmo in uno scatolone che conteneva più di 900 borse e arrivammo sul camion. Durante il viaggio rimanemmo fermi e immobili in un piccolo angolo mentre pensavamo a dove saremmo andati a finire dopo essere arrivati a Campobasso, poi piano piano ci addormentammo.

Ci svegliammo quando ci accorgemmo che il camion si era fermato.

Vedemmo l’autista scendere ad una stazione di servizio e fermarsi a giocare alle slot machine.

Capimmo che era arrivato il momento di scendere. Fuggire ora o mai più. Avevo il cuore in gola, mia sorella mi stringeva la mano. Volevo piangere ma non potevo perché dovevo essere forte per lei. Saltammo dal camion e cominciammo a correre tanto, scavalcammo staccionate, tronchi e alberi caduti a causa del temporale. Dopo un bel po’ arrivammo in un paesino dove andammo a chiedere aiuto al parroco che subito ci ospitò nella sua casa. Dormimmo lì e il giorno dopo, dopo aver fatto un’abbondante colazione, ci accompagnò alla casa famiglia dove ci accolsero col sorriso, ci diedero dei vestiti puliti, una stanza per dormire e la possibilità di iniziare una nuova vita.

Quel paesino si chiama Santa Croce del Sannio ed è diventato per noi il paese più bello del mondo.

Oggi ho 20 anni e lavoro in una ditta, proprio qui a Santa Croce dove sono ben pagato.

In questo paesino io e mia sorella Karima che ora ha 18 anni ed è riuscita finalmente a trovare anche lei un lavoro come sarta, viviamo molto bene.

Le persone sono molto gentili e sorridenti e oneste. Siamo riusciti ad andare a scuola, a trovare degli amici ed un lavoro; ma sopra ogni cosa siamo riusciti finalmente ad trovare un posto nel mondo in cui vivere in pace e in cui poter alzare la testa ogni sera e nel cielo limpido guardare le stelle.

                                                                                                                      

                                                                                                                        3° D

 

 

- Centro antiviolenza donne, buongiorno -….
- Con chi ho il piacere di parlare? - insistette l’operatrice dall’altro capo del telefono, con voce confortevole e rassicurante.
Non ottenne risposta.
Quei secondi di silenzio sembrarono infiniti: Laura non riusciva a pronunciare neppure il suo nome. Interrompere la comunicazione, oppure proseguire e denunciare il suo profondo e angosciante malessere?
Numerosi pensieri brulicavano nella sua mente offuscandone la lucidità. Era terrorizzata dalle conseguenze che avrebbe avuto una semplice conversazione, e  indugiò a lungo, prima di mettere giù la cornetta.                                                 Laura era una giovane dottoressa in medicina, la cui bellezza, un tempo dolce e seducente, andava via via sfiorendo. Ora il suo viso, cupo e malinconico, rimarcava i segni della sofferenza e gli occhi, neri e luminosi, diventavano sempre più vuoti e inanimati. Era confusa e sconcertata , dal suo cuore erano improvvisamente scomparse la gioia di vivere e la speranza nel futuro.                                                                                                                                          Il suono insistente e frenetico del campanello scosse Laura dal tumulto dei suoi pensieri. Dalla voce  intuì che la causa del suo tormento era tornata e, nonostante la triste situazione che stava vivendo, si sforzò di accogliere suo marito cordialmente, fingendo di aver dimenticato.

- Marco! - esclamò con  tono conciliante - com’ è andato il viaggio, ti sei...? -
Alle sue parole  Marco rispose col  solito accento freddo e denigratorio.Col tempo, le umiliazioni e le offese diventavano sempre più pesanti, il linguaggio  più violento. Per questo, la notte Laura era continuamente tormentata dagli incubi e dai pensieri. Rievocava,  con nostalgia, il giorno del suo matrimonio con Marco avvenuto qualche anno prima, quando lei aveva da poco aperto gli occhi alle gioie della vita e lui era un giovane imprenditore. Era felice in quella bellissima giornata d’estate quando aveva finalmente coronato il suo sogno d’amore e sperava di continuare ad essere felice, nella casetta di periferia a Osimo, dove con Marco avevano scelto di vivere immersi nel verde della campagna marchigiana. Ma non fu così. La serenità del loro matrimonio era stata compromessa da un terribile incidente avvenuto in un’umida giornata autunnale; un incidente di cui Marco si riteneva responsabile, un incidente che lo aveva gettato in uno stato di avvilimento da cui , dopo  mesi, non riusciva a liberarsi . Era diventato un altro,  scontroso, irascibile, insofferente, spesso violento. Non controllava più il suo istinto irruente. Laura, sensibile e premurosa, aveva sempre aiutato il marito a superare le sue difficoltà, fino al momento in cui questi aveva cominciato a sfogare la sua angoscia su di lei, rendendola più vulnerabile e prigioniera del suo amore. La situazione diventava sempre più insostenibile: ogni pretesto era buono per litigare e dalle ingiurie e aggressioni verbali si passò a quelle fisiche.

Laura trascorreva,ormai, sempre più tempo a casa della madre, a cui cercava di confidare  la sua condizione. Per le mamme, si sa, a volte le parole sono superflue, capiscono sempre quello che capita ai  figli, anche quando si chiudono nei loro silenzi.  Bastò l’amore materno per far capire ad Anna che la figlia subiva violenze e maltrattamenti.
L’inverno era ormai alle porte, ma la sensazione di gelo che Laura avvertiva nel suo cuore era più forte del freddo polare. Gli eventi precipitarono quando, una sera, soffermandosi nello studio per prendere dei libri,  Laura scorse una lettera, abilmente nascosta. Era una di quelle lettere importanti, riservate. Lesse con sorpresa il destinatario: Laura Bianchi; il bollo di provenienza: Venezia. L’aprì. Non sapeva se gioire per l’opportunità di lavoro che le era stata offerta o adirarsi per il fatto che Marco, premeditatamente, gliel’aveva nascosta. Indignata affrontò coraggiosamente il marito, chiedendogli spiegazioni:
-E’ la grande opportunità lavorativa in cui speravo! - tuonò Laura agitandogli sdegnosamente la lettera sotto gli occhi, - Perché mi hai ingannata?-
Smascherato nel suo vile proposito di negare alla moglie l’opportunità di successo nel lavoro, che avrebbe ferito ancora di più il suo orgoglio di uomo, Marco l’aggredì con atti e parole  violenti. Laura si sentì tradita , avvilita, sottovalutata; ai suoi occhi, Marco appariva sempre meno affidabile. Fu proprio in una di quelle notte insonni, in cui non smetteva di fissare il soffitto con occhi spalancati, che l’idea di fuggire via, lontano, cominciò a prendere forma nella sua mente.
Più volte pensò alla fuga, ripetendo tra sé: - Tutti hanno il diritto di vivere dignitosamente la propria vita. Devo farlo, per me e per tutte le donne che, come me, subiscono maltrattamenti a causa di esseri squallidi. Quegli uomini che per anni nel passato, hanno sottomesso la donna, rendendola schiava, reputandola incapace di partecipare alla vita attiva, sono talmente deboli e spregevoli che  non sanno far altro che usare la violenza sulle donne, continuando a pretendere obbedienza e sottomissione.- Non aveva mai dato molta importanza alle  frequenti e tristi notizie, lette sui quotidiani,di  donne strappate con violenza alle loro vite, donne che  non avevano avuto il coraggio di denunciare il clima di brutalità in cui erano costrette a vivere. D’altronde,  è difficile prestare particolare interesse alle cose, se non accadono vicino alla realtà in cui si vive, alle persone che si conoscono.
Ora era turbata e assillata da quelle pagine di giornale.

-Il treno per Venezia-Santa Lucia  è in partenza dal II binario - annunciò lo speaker invitando i passeggeri ad affrettarsi.
Laura aveva fatto la sua scelta , aveva avuto la forza di reagire. Salì sul treno, sistemò le valigie e prese posto vicino al finestrino. Allontanarsi da quell’uomo, prima che fosse troppo tardi, era il suo desiderio più grande. 
Il treno partì lentamente e uscì dalla stazione.
Era primavera e i paesaggi incantevoli, il mare dal colore azzurro limpido, i raggi caldi del sole che accarezzavano il suo volto, illuminandone lo sguardo,rallegrarono la giovane donna. Bastava poco per farle provare un senso di leggero benessere.
-Ho paura - pensava tra sé - Ho paura del mondo esterno, della gente, dei rapporti relazionali; non trovo più la forza di sorridere, vorrei e non ci riesco; ma non posso permettere a nessuno  di negare il mio diritto alla vita.-
Nonostante la paura di soffrire nuovamente, l’essere motivata e determinata era il primo passo per ricominciare a vivere.
Laura volse lo sguardo fuori dal finestrino e continuò ad ammirare il paesaggio primaverile.

Classe III Sez. B

Scuola Secondaria di primo grado

 

“Un triste epilogo”

Spin-off realizzato dagli alunni del Liceo Scientifico di Morcone

in collaborazione con la classe III B


 Il rumore dei tergicristalli non riusciva a coprire il suono delle risate dei due amici, si conoscevano da una vita, erano come fratelli. Il matrimonio di Fabrizio era alle porte e Marco aveva pensato di organizzargli un addio al celibato. La festa era stata un successo e Marco si sentiva fiero di aver reso al suo migliore amico un’ ultima serata indimenticabile prima del matrimonio.   
Dopo quella fantastica serata, quando era ora di ritornare a casa, la vista di Marco era annebbiata dall’alcol e dalla pioggia battente ma, al momento di decidere chi avrebbe dovuto sedere al posto di guida, la scelta ricadde su Marco che, tra i due, sembrava  il più lucido e sicuro. Con le mani sul volante Marco sfidava la velocità del vento e Fabrizio, al suo fianco, gridava in estasi, fino a coprire il volume dello stereo, già troppo alto. Destino volle che proprio in quel momento, un cervo raggiungesse il lato opposto della strada. Marco continuava a ridere, a guidare, a parlare, senza accorgersi dell’ostacolo che avrebbe potuto portare via con sé le loro vite. Destino volle che i due superassero il pericolo, lasciandoli dapprima tramortiti e poi suscitando una nuova e trascinante ondata di ilarità. Si sentivano i padroni della strada, del mondo, in grado di valicare qualsiasi ostacolo che il destino gli ponesse davanti. Ma il destino non fu clemente. L’auto proseguiva troppo veloce per oltrepassare anche il più piccolo ostacolo, per di più la strada era bagnata;  slittare era facile, troppo facile.

 E ciò accadde. Il veicolo proseguiva autonomo slittando sul lato e avvicinandosi così sempre di più all’ostacolo finale, il più grande. Quell’imponente muro di cemento iniziò a sgretolarsi, ma nemmeno questo bastò affinché l’auto si fermasse. Il silenzio di quelle strade abbandonate era rotto dal sibilare delle ruote sull’asfalto che giravano su se stesse senza trovare una fine. Lunghi giri, lunghi attimi. Il tempo sembrava essersi dilatato, l’atmosfera era irreale. E poi lo schianto.

Marco aprì gli occhi, le pareti bianche gli ferivano la vista. Spostò lo sguardo dal soffitto alla figura che gli era accanto. Laura. Si sentì confortato dalla sua presenza,  i suoi pensieri erano ingarbugliati e sperava che lei potesse aiutarlo a districarli. In un attimo fu tutto chiaro, tutto ritornò alla mente, più vivo che mai.          
<<Fabrizio?>> chiese con voce roca.   
Laura scosse la testa. Fabrizio non c’era più.

Cerulo Lucia
Rinaldi Silvia
Romano Alessandra
Testa Alexia
Perugini Kimberly
Calandrella Alessia

 

Cristian è un ragazzo di dodici anni, all'apparenza come tanti altri, ma in realtà è tutt'altro.

Ha una mente diabolica, come tutti i bulli. E' tremendo, una vera macchina da guerra che ha mandato in crisi tanti psicologi che volevano solo ascoltarlo, per non parlare delle cattiverie che infligge ai ragazzini della sua scuola con cui quotidianamente se la prende per qualche euro ed una merenda.

Tutti i giorni si comporta come una sottospecie di re monarchico. Nei dieci minuti dell'intervallo, e non solo, lui esercita i tre poteri, ovvero, giudiziario, giudica le merende che gli vengono date, se accettate, vengono prese, se no, spiaccicate a terra. Poi applica il potere legislativo emanando leggi più ferree di quelle di un dittatore e impone " tasse", pagamenti giornalieri per la merenda. Infine il potere esecutivo, il più doloroso, perchè comprende "smutandamenti" e torture più che altro fisiche. Come dire: altro che bullo, è un dittatore.

Però un giorno Cristian, uscendo da scuola con il suo solito modo di camminare menefreghista e schifante del mondo, incontra una persona che si allontana insieme a lui e lo porta senza spiegazioni in un casale abbandonato quasi ipnotizzandolo. E lì incominciano le prove per l'ignaro, in questo caso, povero Cristian.

Una volta entrato trova davanti a sé un'ampia sala dove vede tanti cloni con in mano una piastra rovente a forma di banconota. Vorrebbe scappare, torna indietro, ma la porta è sbarrata, deve cercare un'altra via d'uscita. Non gli resta altro che attraversare la sala tra i cloni pronti a marchiarlo con le piastre roventi a forma di banconote. Si fa coraggio e...PPFFFF!! Il primo stampo sul braccio destro dove subito appare il nome dell'ultimo compagno a cui ha sottratto la paghetta. Ecco un altro marchio e poi un altro, tanti quanti i soldi che ha sottratto ai suoi compagni di scuola. Arriva finalmente in fondo alla sala e trova davanti a sé  molte porte, quale di esse lo condurrà all'uscita? Decide di varcare la terza, si ritrova in una stanza piena di libri dove una voce in sottofondo gli dice: "se di qui vuoi uscire, i quesiti devi eseguire". Smarrito Cristian pensa che è solo e che nessun compagno di classe gli può passare le risposte, come di solito avviene durante le verifiche in classe.

" Perché non ho mai studiato!? Ora devo cavarmela da solo".

Passano delle ore e Cristian rimpiange il tempo perso invece di studiare...alla  fine dopo tanto sforzo riesce a stento e con enormi difficoltà a risolvere i quesiti. Si apre la porta ed entra in una stanza dove per terra trova tante merendine, quelle che lui ha spiaccicato a terra perché ritenute poco gustose. Deve raccogliere tutte le briciole e mangiarle. Che mal di pancia! Forse era meglio farle mangiare tranquillamente ai suoi compagni. Con lo stomaco sottosopra e una grande nausea giunge su una scala.

" Che faccio?... Scendo?..."

Pensa, pensa e non sa decidersi il povero Cristian.

"Dove mi condurrà, riuscirò a trovare l'uscita?" Tentenna, non sa cosa fare, suda... trema... ha paura. 

All'improvviso qualcuno lo spinge e precipita giù " AIUTOOOOO!!! "

Precipita giù... giù...Una voce in sottofondo: " Cristian,... Cristian,...sono le sette...Svegliati ... è ora di andare a scuola."

Era stato tutto un sogno, o meglio un incubo. Che paura !!! Il povero Cristian apre gli occhi, si guarda intorno, il suo letto ... la sua camera ... i libri ... lo zaino da preparare...

"Meno male !!!... Sono a casa... devo sbrigarmi, è tardi , devo arrivare presto a scuola per ritirare le paghette dei ragazzini di classe prima ... Le paghette !!??? Oddio !!!!!... Le piastre a forma di banconote, ancora sento bruciare le braccia ... quanti stampi!!!"

Per la prima volta riflette in silenzio sul suo comportamento a scuola e ... piano piano prende consapevolezza della paura, dell'ansia, dell'imbarazzo che provano le sue vittime. Capisce che quello che fa, ovvero torturare i compagni per il gusto di farlo, è sbagliato.

Si vergogna e si pente.

Si alza, si prepara e si avvia verso la scuola con un altro modo di fare.

E' un altro Cristian, disponibile, educato e rispettoso dei compagni, i quali non credono ai loro occhi, ma sono felici e sollevati.

 

                                                                               classe II sez. C

                                                                                      Scuola Secondaria Morcone

   La signora Villa guardava sua figlia Wilma e pensava che avrebbe dovuto essere fiera di lei ... di quella donna bellissima, brillante, laureata a pieni voti, che a ventotto anni già dirigeva un’agenzia di pubblicità, era sposata con un medico e aveva messo al mondo una graziosa bimba …                                                                                  Forse Wilma era la figlia ideale per ogni madre, ma più la signora la ascoltava proseguire quel discorso e meno si sentiva orgogliosa di lei.                                                                           

 - Non è solo per aiutare me - stava dicendo Wilma - penso che a Sarah farà bene avere una bimba in casa -.        - Ma Sarah ha già difficoltà a badare a se stessa, figurati a badare ad una bimba, che crescendo creerà problemi ad una persona che di problemi ne ha già tanti!

 -Già, perché Serena, la bimba di Wilma e di Giulio, era sordomuta e Sarah, la sorella di Wilma, era relegata su una sedie a rotelle.                                                                            

 Sarah era ancora giovane e bella, ma aveva una vita rovinata per uno stupido incidente stradale: il tamponamento di un camion le aveva distrutto la spina dorsale, relegandola su una sedia a rotelle.    

  E che dire di Giulio, il brillante medico, fidanzato di Sarah, che però, aveva finito con lo scegliere Wilma. E Wilma ce l’aveva con lui perché  non le aveva detto di aver avuto già casi simili in famiglia.                                                                                                        

Le due donne si recarono nella camera di Sarah e le comunicarono la decisione di tenere lì in casa con loro Serena, perché Wilma non si fidava delle baby-sitter.-  Allora, che ne pensi? – insistette la mamma -  Per me va bene- rispose Sarah.  

Serena si trasferì in casa della nonna e della zia e Wilma cercava ormai di dimenticarsi di lei e si dedicava tutta al proprio lavoro.  

E venne il giorno in cui Serena fu portata all’Istituto Nazionale per l’educazione dei non udenti. La accompagnarono Giulio, Sarah e la nonna. Wilma  non volle andarci. Serena era una bimba molto intelligente, apprendeva tutto e subito. In più manifestava una dote particolare per il disegno. 

  A cinque anni Serena leggeva le labbra,  riconosceva le immagini e ne pronunciava il nome.

  E disegnava. Ad ogni visita Giulio guardava sbalordito i disegni che la direttrice gli mostrava e sempre più prendeva forma in lui un desiderio: mandare sua figlia nel migliore istituto per non udenti. Non aveva dubbi: i soldi in casa non erano mai mancati e la moglie, sebbene non sentisse la mancanza della figlia, era sicuro, sarebbe stata orgogliosa del suo talento.    

  Di fronte ai disegni di Serena, Wilma andò in estasi.- Questo significa che nostra figlia può diventare qualcuno, nonostante tutto! - esclamò. - Che strano - disse Giulio - prima parlavi di lei come se fosse solo mia figlia. Adesso è "nostra figlia’’- Quindici anni dopo Serena era diplomata a pieni voti.                                      

 Suo padre andò a prenderla, lasciando Wilma a preparare la stanza per la figlia. Al padre Serena chiese solo della zia e della nonna e quando seppe che la zia Sarah era rimasta da sola e veniva assistita da un’estranea dopo la morte della nonna, decise di andare ad abitare con lei.   Due anni dopo Serena organizzò la sua prima mostra di quadri e Wilma, dopo aver letto le recensioni entusiastiche, non resistette alla curiosità di andare a visitare la mostra.  

  Quei quadri parlavano alla sua anima: sua figlia era un talento. Poi vide l’autoritratto dell’artista e restò a bocca aperta: era identica a lei. -Voglio quel quadro - disse Wilma. La curatrice della mostra le disse che non era in vendita.  Dopo le reiterate insistenze della donna le chiese:- Ma lei chi è? - Sono la madre dell’artista.  Ora capisce perché voglio quel quadro? -Sì capisco, ma non posso farci niente. Se la pittrice è sua figlia se ne faccia fare un altro! -      

 E nessuno badò alla visitatrice che piangeva in silenzio davanti all’autoritratto dell’artista.

 

Classe III  sezione A

Scuola Secondaria di primo grado

 

GIULIO

 

 Spin-off realizzato dagli alunni del Liceo Scientifico di Morcone

in collaborazione con la classe III A

  

Camici bianchi. Pareti impregnate dell’odore di disinfettante, bianche. La mia anima sembra essere l’unica realtà nera in quest’ospedale, in questo giorno di calma piatta. “Doc, codice rosso in arrivo!!” Come non detto. All’improvviso una barella, infermieri, urla, lacrime e… sangue.

“Ha avuto un grave incidente, probabilmente una frattura multipla dorsale’’ mi comunica Chloe, la mia infermiera più fidata.

Mi basta solo sentire queste parole per ricordare quell’evento. Venti anni fa, in un giorno altrettanto fermo, si verificò ciò che ha reso così nera la mia anima. Due fari bianchi mi vennero incontro. Poi un’esplosione. Al volante della macchina c’ero io, accanto a me una ragazza,schiacciata dal metallo. La conoscevo bene. Scappai. Scappai dall’incidente, anni dopo scappai addirittura dal mio Paese.Come sempre, scappo dalle mie responsabilità.

“È pronto per l’operazione? Doc, doc?’’

Panico, smarrimento, grigio totale. Non posso far altro che fuggire anche stavolta. Chiuso nella toilette dell’ospedale, circondato da piastrelle spaventosamente bianche e uguali, un solo pensiero riesce a farsi spazio tra la matassa informe di preoccupazioni: giallo lampeggiante,appare un numero telefonico. Lo conosco troppo bene, tante le volte che l’ho composto, ma mai avuto il coraggio di schiacciare il verde. Stavolta, però, una forza sciocca ma incontrollabile prende il sopravvento. Squilla.

“Pronto?”

Basta una sola, semplice parola a farmi pentire improvvisamente del mio gesto avventato.

Nonostante ciò, decido di proseguire.

‘’Sono Giulio, ti prego non interrompermi.” Inspiro profondamente. “Vent’anni, vent’anni che desidero liberarmi da questo peso e giuro che stavolta lo farò. Sono stato io: chi guidava quell’auto fatale, chi non ha avuto la prontezza di frenare e il buon senso di soccorrere tua sorella Sarah ero proprio io. E tu, illusa dalle mie non verità, sei rimasta all’oscuro di tutto;

proprio tu, alla quale avevo giurato sincerità eterna, Wilma…”

 “Ma io…”

“No! No, non interrompermi, ti prego. Ti ho sposata, Wilma, sperando di trovare in te tutti gli aspetti di Sarah per i quali avevo completamente perso la testa, ma che, a causa mia, erano ormai perduti, paralizzati insieme a lei.  Con l’arrivo di Serena, gioia più grande della mia vita, mi ero illuso di poter finalmente uscire da quel tunnel infinito di angosce, ma nemmeno la sua

forza, la sua intelligenza e l’orgoglio che provavo per lei furono sufficienti. E così, eccomi qua, chirurgo affermato, apprezzato in tutti gli Stati Uniti, ma con una voragine nel cuore che nessun collega potrà mai risanare. Meritavi di conoscere la verità e spero tu possa perdonarmi per la codardia, per il ritardo e per tutto il dolore che ho causato alle donne della mia vita,

altrimenti, capirò. E…”

“Mi scusi, ma lei chi è?”

“Ma… Wilma…?”

“Io sono Giovanna e  non so a chi Lei si riferisca. Mi dispiace .”

 Il telefono mi cade dalle mani.

 

 

Era una tipica giornata autunnale. Un cielo piuttosto nuvoloso immalinconiva gli alberi già semispogli e grigi. Solo qualche foglia rossa resisteva sui rami delle nodose querce.

 Come al solito, Minguccio si accingeva a tornare a casa dopo la mattinata trascorsa a scuola. All’ uscita, lo aspettava  la madre per accompagnarlo subito dalla nonna, e recarsi così al lavoro. Giunsero presto a destinazione e, nel richiudere la portiera della macchina, lei non poté evitare la solita, noiosa e alquanto inutile raccomandazione:

- Mingù, ci siamo intesi, allora, dopo pranzo, prima studi e poi esci!

- Vabbono… - rispose lui tanto per accontentarla.

Quando la madre di Minguccio lavora o ha faccende da sbrigare, è la nonna che prepara da mangiare al nipote. L’attesa prima del pasto è davvero lunga, soprattutto quando i morsi della fame non danno tregua e in più non si ha un bel  nulla da fare.

Si arrovellava il ragazzo nella scelta del passatempo in attesa del pranzo.

- Che pozzo fa? - pensò il dodicenne, mentre posava lo sguardo sul bastone che serviva alla nonna per appoggiarsi e camminare .

D’ improvviso, i suoi occhi si illuminarono e mormorò compiaciuto:

- Aggio capito c’aggia fa… -. Cosa intendesse davvero lo sapeva solo lui.

 Di soppiatto si avvicinò alla parete dove la nonna aveva appoggiato il bastone. Avendo notato che lei era impegnata a cucinare, il caro ragazzo afferrò lesto la mazza e la posizionò più o meno a 100 metri da casa . Correndo in punta di piedi si avvicinò alla porta d’ingresso e iniziò a suonare ripetutamente il campanello. Immediatamente dopo si allontanò e con scatto fulmineo provò a rifugiarsi il più lontano possibile.

Trascorso un lampo di tempo, si sporse dal nascondiglio e vide la nonna che cercava il bastone dappertutto. La poverina aveva la schiena che le doleva  fortemente anche per via della non più giovanissima età, per cui si muoveva pian piano e quando avvertì forte la stanchezza, si rese conto di trovarsi solo a metà della distanza che la separava dal fedele “compagno” .

Mentre lei era ancora lontana da casa , Bernardino vi si intrufolò con aria furtiva, trovando tutto apparecchiato com’era da abitudine.

Dalla tavola si sprigionava l’odore irresistibile di  un bel piatto di cavatélli al sugo, di due polpette e contorno di patatine fritte. Lo squisito pasto fu consumato tutto e molto velocemente.

La nonna rientrò in casa e avendo ormai capito lo stupido scherzo del nipote, brandì il bastone nell’ intento di darglielo in testa; lui, agilmente, lo schivò e scappò via .

Dove fosse andato, per un po’ non lo seppe nessuno.

La nonna riferì tutto al padre e lì sì che furono dolori perché, anche se il papà di Bernardino non si arrabbiava quasi mai col figlio, un suo  manrovescio equivaleva a cento “ papàgne “ della madre.

Il papà, incredibilmente, lo mise anche in punizione per tutta la serata, affinché riflettesse sul comportamento meschino avuto nei confronti della nonna che, ogni giorno, cucina per tutta la famiglia, e in più, di domenica, anche per gli ospiti piuttosto frequenti. La notte trascorse lentamente tra mille pensieri.

Il giorno dopo, Bernardino non sapeva proprio che dire alla nonna per farle capire quanto fosse pentito per ciò che le aveva fatto. Si affacciò comunque alla porta della cucina e la vide già intenta a preparare il pranzo.

Lei lo intravide con la coda dell’occhio e gli mormorò:

- La colazione è pronta da un pezzo…

- Vabbè, grazie...

Lei gli porse la tazza. Le loro mani si sfiorarono, i loro sguardi si intrecciarono. Cominciò un nuovo giorno per entrambi.