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Per tutti fu veramente una scoperta sconvolgente: l’avevano conosciuta da sempre con quel suo tipico sorriso sulle labbra e non si sarebbero mai aspettati che quel sorriso potesse trasformarsi in una piega muta e amara delle labbra. Già, gli alunni della seconda A e B non avrebbero mai immaginato quanto potesse diventare severa la loro professoressa di italiano. 

Quel fatidico venerdì ventiquattro ottobre, fu comunicata l’assenza di un’insegnante di classe e pertanto si  provvide alla sua sostituzione: per quel pomeriggio fu deciso che tutti gli alunni interessati  si sarebbero riuniti per ben due ore consecutive  nell’aula della seconda A.

Il solo trasferimento fu già chiassoso: per le scale si sentiva il tonfo sordo e pesante di 44 scarpe da ginnastica che, frammisto al rumore delle sedie trascinate senza alcun riguardo, sembrava una mandria di liberi bisonti scatenati nella prateria. Potrebbe sembrare strano ma in quella bolgia qualcuno comunque comunicava.

Quelli più in alto gridavano:- Jammo vagliù, movetéve a scégne pe’ ‘ste scale!-.  

Quelli di sotto rispondevano: - Mo ce rompémo la còccia pecché vui jate e prèscia!-.

Si ritrovarono tutti ammassati e schiacciati sulla porta della classe. E’ quasi inutile evidenziare che anche durante la sistemazione ci fu tutt’altro che silenzio in un ambiente divenuto improvvisamente troppo piccolo per 44 scalmanati. Amici che si riabbracciavano manifestando la gioia con pugni, schiaffi, spintoni, sgambetti e tante altre manifestazioni “affettuose”.

       -  Wé, vagliò, assèttete cca!

       -  Ma che bai trovènne ?!

       -  Basta ca ce scampamo la lezione, ca stémo alauniti e ca facemo ammuino…

Alcuni presero posto, altri rimasero in piedi.

Da subito la proffa chiese il silenzio, apostrofando la sua tipica e mitica frase:

        -  Zitto no pocarello!-

Il richiamo, notoriamente scherzoso, non sortì alcun effetto se non forse quello di gasare ancora di più gli alunni che non avevano colto nella sua espressione, il pericolo della bomba che stava per esplodere.

Mentre si ripetevano e si rincorrevano inascoltate e quindi inutili richieste di silenzio e compostezza, la proffa cominciò a preoccuparsi:

        -  Come farò a tenerli tutti buoni e fermi? Devo trovare il modo…

E così, senza indugiare, comunicò che avrebbe fatto vedere dei video sui diritti del fanciullo e dell’adolescente , argomento trattato di recente.

Ovviamente per trovare e selezionare il video adatto, la proffa dovette girarsi di spalle agli alunni , compiendo così il suo più grave errore. Il chiasso era assordante. Improvvisamente l’istinto le suggerì di voltarsi e fu così che vide tre di loro seduti come nel saloon di un film western: gambe stese sul banco e accavallate, mani incrociate dietro la nuca, corpo che dondola sui piedi posteriori della sedia.

Lei in un attimo li fulminò con lo sguardo, sbiancò in viso e cambiò espressione. Ormai era chiaro a tutti che l’avevano fatta grossa. Si sedette e il chiasso immediatamente cessò. Lunghi attimi di silenzio tombale, poi la proffa disse:

        -  E’ la prima volta che, in trent’anni di insegnamento, mi trovo in una situazione del genere. Il vostro comportamento mi ha ferito e mi ha offeso sia come docente che come donna . Sento di aver fallito sia come insegnante che come formatrice. Provo tanta delusione e profondo disagio. Sono così amareggiata che non verrò a scuola domani…ho bisogno di starmene un po’ da sola per riflettere sull’accaduto -.

Fece proprio così. Nei giorni che seguirono gli alunni discussero  a lungo sia a scuola che a casa, tra loro e con i familiari . Tutti compresero di aver sbagliato e i tre “colpevoli” di aver superato ogni limite.

Giunse il giorno del rientro a scuola della professoressa. Nelle due classi c’era un atmosfera di attesa timorosa:che avrebbe detto la proffa e quale tono avrebbe usato? Lei entrò e come al solito salutò tutti, ma senza sorridere. Avvicinandosi a testa bassa, gli alunni che avevano compiuto il gestaccio le chiesero scusa mostrandosi davvero mortificati. Lei comprese e apprezzò la sincerità di quelle parole,  il profondo pentimento di tutti.

Ripose la borsa sulla cattedra e alzando finalmente gli occhi disse:- Accetto le vostre scuse ma che non si ripeta mai più un episodio del genere -. Aprirono gioiosi una nuova pagina del libro scolastico che dal mese di Settembre avevano cominciato a leggere.

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