Progetto lettura: il filo di Arianna

Nel mio paese, l’Egitto, c’è la guerra praticamente da sempre.

Da quando sono nato non ricordo altro. Siamo sempre stati costretti a chiuderci in casa ed è sempre stato praticamente impossibile guardare le stelle di sera. Eppure quanto mi piacciono le stelle!

La mia famiglia di origine è stata distrutta dalla guerra. A nove anni mi misero in mano un mitra e mi dissero di sparare chiunque avessi visto in giro; mi avrebbero pagato bene, ma io non riuscii a premere il grilletto e allora se la presero con mio padre. Lo obbligarono ad entrare a far parte delle loro milizie e pretesero che anche i miei due fratelli grandi lo seguissero.

Mio padre e i miei due fratelli sono morti in quell’orribile guerra, e mia madre è morta per il forte dolore.

Rimasti soli, io di quattordici anni e mia sorella Karima di dodici, andammo a vivere con i miei nonni. Erano splendidi, ci volevano tanto bene e il loro affetto ci faceva sentire a casa. Ma le difficoltà nella vita di tutti i giorni erano tante: non avevamo né cibo, né medicine a sufficienza, la mia scuola era stata distrutta da una bomba ed eravamo costretti ad andare due volte alla settimana in un ex cinema a fare lezione. I miei nonni facevano di tutto per non farci mancare nulla, però non era semplice.

Un giorno mia nonna mi prese da parte e mi diede tutti i soldi dei loro risparmi dicendomi che dovevo andare via insieme a Karima per cercare di trovare un posto migliore in cui vivere.

Mio nonno si era accordato con uno scafista e pochi giorni dopo ci imbarcammo.

Io avevo quindici anni e Karima tredici.

Erano le due di notte, arrivammo al porto e dopo aver dato tanti soldi ad un signore incappucciato e con una sigaretta in bocca, salimmo a bordo. Il viaggio fu orribile.

Non avevamo acqua, né cibo, i signori che gestivano la barca non perdevano occasione per maltrattarci e se la prendevano in particolare con mia sorella, io volevo difenderla però venivo picchiato anche io.

Il viaggio durò due giorni, ma a me sembrò un’eternità.

Quando si cominciò a mormorare che eravamo quasi arrivati, il motore fu spento e quello a cui avevamo dato i soldi insieme agli altri suoi uomini calarono a mare un gommone veloce, ci salirono sopra e partirono a gran velocità.

Noi rimanemmo in mezzo al mare senza sapere cosa fare.

Per fortuna dopo un po’ arrivò un motoscafo con a bordo degli uomini in divisa: era la marina italiana che ci puntava in faccia degli enormi fari e diceva ad alta voce cose che noi non capivamo.

Io e mia sorella ce ne stavamo abbracciati stretti stretti per la paura.

Ci portarono fino a Lampedusa dove finimmo in una casa che chiamano “centro di accoglienza” e ci restammo per alcuni mesi.

Vivendo in quel posto mi veniva da pensare che il viaggio della salvezza per me e per mia sorella si era trasformato in un vero e proprio incubo.

Non avevamo igiene, ci davano da mangiare brodaglie e scarti, ci costringevano a delle docce comunitarie all’aperto.

Al centro di accoglienza conobbi il signore Girardelli, un omone grosso e all’apparenza burbero che, però, con me e mia sorella si dimostrava buono e comprensivo tanto da prenderci sotto la sua ala protettiva.

Qualunque problema avessimo, eravamo sicuri di poter contare su di lui. Era lui che ci portava qualcosa di decente da mangiare ed era lui che ci aiutava per farci fare delle docce calde.

Si occupava della distribuzione dei pasti, sembrava davvero un bravo uomo e un giorno ci propose di fuggire e di andare a Napoli. Ci avrebbe portato lui con la sua macchina e lì avremmo di sicuro trovato un lavoro che ci avrebbe fatto vivere bene.

Così un pomeriggio, dopo aver finito il suo turno, ci fece salire in macchina e cominciammo il nostro viaggio verso Napoli.

Dopo tante ore di viaggio arrivammo, con nostra grande sorpresa, non a Napoli ma in un paese lì vicino di nome Casoria.

L’auto si fermò davanti ad un enorme cancello. Era sera, il signor Girardelli aprì il cancello ed entrammo.

Una volta dentro, ci fece scendere dall’auto, prese tutti i nostri soldi e i nostri documenti e ci disse che da ora in poi avremmo lavorato per lui.

Ci costrinse a lavorare nella sua fabbrica di borse quindici ore al giorno per 5 miseri euro, e dovevamo stare ben attenti a non sbagliare perché per un solo piccolo errore ci bastonava.

Dormivamo in una piccola baracca sempre dentro quel cancello, insieme ad altre persone di altri paesi. E questa fu la nostra vita per circa due anni.

Le stelle da lì, in quelle notti orribili, non si riuscivano a vedere per niente!

Intanto guardavo tutti i movimenti di quel cancello e cercavo un modo per uscire.

Mi resi conto che l’unica soluzione sarebbe stata quella di salire su uno di quei camion che caricavano la merce e la portavano via, parlai del mio piano a mia sorella, lei era d’accordo, desiderava solo andare via da quel posto orrendo.

Una mattina sentii il nostro capo parlare con l’autista che avrebbe dovuto scaricare le borse nel centro della città di Campobasso, e allora quella notte svegliai mia sorella, ci nascondemmo in uno scatolone che conteneva più di 900 borse e arrivammo sul camion. Durante il viaggio rimanemmo fermi e immobili in un piccolo angolo mentre pensavamo a dove saremmo andati a finire dopo essere arrivati a Campobasso, poi piano piano ci addormentammo.

Ci svegliammo quando ci accorgemmo che il camion si era fermato.

Vedemmo l’autista scendere ad una stazione di servizio e fermarsi a giocare alle slot machine.

Capimmo che era arrivato il momento di scendere. Fuggire ora o mai più. Avevo il cuore in gola, mia sorella mi stringeva la mano. Volevo piangere ma non potevo perché dovevo essere forte per lei. Saltammo dal camion e cominciammo a correre tanto, scavalcammo staccionate, tronchi e alberi caduti a causa del temporale. Dopo un bel po’ arrivammo in un paesino dove andammo a chiedere aiuto al parroco che subito ci ospitò nella sua casa. Dormimmo lì e il giorno dopo, dopo aver fatto un’abbondante colazione, ci accompagnò alla casa famiglia dove ci accolsero col sorriso, ci diedero dei vestiti puliti, una stanza per dormire e la possibilità di iniziare una nuova vita.

Quel paesino si chiama Santa Croce del Sannio ed è diventato per noi il paese più bello del mondo.

Oggi ho 20 anni e lavoro in una ditta, proprio qui a Santa Croce dove sono ben pagato.

In questo paesino io e mia sorella Karima che ora ha 18 anni ed è riuscita finalmente a trovare anche lei un lavoro come sarta, viviamo molto bene.

Le persone sono molto gentili e sorridenti e oneste. Siamo riusciti ad andare a scuola, a trovare degli amici ed un lavoro; ma sopra ogni cosa siamo riusciti finalmente ad trovare un posto nel mondo in cui vivere in pace e in cui poter alzare la testa ogni sera e nel cielo limpido guardare le stelle.

                                                                                                                      

                                                                                                                        3° D